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Vangelo di oggi + omelia (di 300 parole)
»Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
»Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
«L’avete fatto a me»
Rev. D. Antoni CAROL i Hostench (Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)Oggi ci rallegriamo per la santità di una regina del Basso Medioevo (secc. XIII-XIV), santa Elisabetta del Portogallo. Fu battezzata con il nome di Elisabetta in ricordo e in omaggio alla sua prozia, santa Elisabetta d’Ungheria (1207-1231).
Pur nella distanza temporale e geografica, colpiscono i parallelismi di vita santa tra queste due donne: date in sposa fin da giovanissime, ma eroicamente fedeli all’impegno coniugale; pie e fedeli a Dio in mezzo agli ambienti di corte; inclini —in prima persona— alla cura dei più poveri e degli emarginati, con molte opere di carità, compiute con magnificenza, mettendo a frutto la loro posizione sociale.
Elisabetta del Portogallo poté ascoltare le parole del “Re dei re”: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Ella fondò ospedali, ospizi e monasteri. La sua corte divenne un centro di carità cristiana, ed era abituale che lei stessa —personalmente— distribuisse elemosine e cibo.
Una delle virtù più eminenti di Elisabetta fu il suo ruolo di “mediatrice di pace”. «La carità è paziente, è benevola, (…) non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto» (1Cor 13,4-5): fino alla vecchiaia, Elisabetta fu un’instancabile pacificatrice. In un’epoca in cui le dispute dinastiche, territoriali e politiche erano continue, ella agì ripetutamente come strumento di unità, disinnescando scontri, anche quando le guerre coinvolgevano suo marito o suo figlio.
Santa Elisabetta merita l’elogio di Gesù verso coloro che promuovono la pace: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’elogio è bello, ma raggiungerlo è arduo e si fonda sull’amicizia con il Signore. Nelle parole di papa Leone XIV, «l’unità per la quale Gesù prega è una comunione fondata sullo stesso amore con cui Dio ama. E, come tale, è anzitutto un “dono” che Gesù porta con sé». Elisabetta, immersa nel sempre complicato ambiente di corte, con la sua abituale pietà, seppe “corteggiare” il principale Autore della pace: lo Spirito Santo.